Il web è solo il riflesso di una società priva di pari opportunità.

“Arginare la violenza contro le donne in rete” sembra essere per la Presidentessa alla Camera un argomento di grande attualità e priorità. Una sua intervista è stata rilasciata a La Repubblica cui ha avuto seguito un articolo su Il Corriere della Sera sopraggiunto per precisare la portata di precedenti dichiarazioni che sembrava ignorassero leggi già esistenti e a protezione del web. Due riflessioni appaiono opportune al riguardo: una investe il principio generale del rispetto delle pari opportunità; la seconda le risoluzioni che vengono paventate di volta in volta. In una società dove poca importanza viene riconosciuta al contributo che le donne offrono quotidianamente alla società in qualità di mamme, insegnanti, tutrici, curatrici, “sensibilizzatrici”, lavoratrici, aggravato dall’onere di dover incarnare e intrecciare la molteplicità delle attività ad esse correlate, spesso accantonando esigenze o velleità personali con spirito di sacrificio, non si può ignorare quanto ciò rappresenti il comune denominatore caratterizzante la moltitudine delle donne italiche. Partendo da questo assunto, non si può disconoscere la legislazione in materia e la serie di garanzie che le donne dovrebbero veder riconosciute in caso di azioni discriminatorie di ogni tipo, in ogni luogo -anche virtuale- e in ogni tempo, agite nei loro riguardi. Anche la Presidentessa si è trovata in una situazione in cui avrebbe dovuto o potuto denunciare ciò che le è involontariamente accaduto ove la sua esternazione pubblica ha avvalorato l’esistenza di una consequenziale condizione di forte disagio. Il caso specifico è accaduto nella rete, ove network essenzialmente liquidi rendono complicato trovare i responsabili o le responsabili. Tuttavia, se il caso Boldrini presenta i caratteri della particolarità proprio in virtù dell’incarico ricoperto, bisogna discutere e trovare delle soluzioni idonee per arginare il problema della discriminazione delle donne comuni che non rivestono ruoli istituzionali di pregio e che sono altamente suscettibili di indifferenza nonostante azioni di richiesta di aiuto, debite segnalazioni e vista la sempre più attuale emergenza femminicidio. La questione non è tanto riformulare il settore inserendo delle task force di coordinamento tra i ministeri (giustizia, interno, salute etc così come paventato) in quanto innumerevoli sono le associazioni, le organizzazioni sindacali impegnate in materia,pari opportunità oltre ai Comitati unici di garanzia, questi ultimi da poco effettivi dopo circa 10 anni di mancata esecutività nell’ambito delle Amministrazioni Pubbliche. Al posto di creare nuovi organismi con il rischio di dare avvio ad attività disomogenee e inconcludenti, sarebbe opportuno rafforzare gli istituti di tutela già esistenti, by passando la denuncia canonicamente intesa e invertendo l’onere della prova, così come accade nel settore lavoro. In tal modo, il responsabile o la responsabile additata di molestie, vessazioni, trattamenti discriminatori sarebbe posta nella condizione di dover dimostrare efficacemente e in maniera probatoria, l’infondatezza delle segnalazioni accorse. Un cambiamento del genere potrebbe rappresentare il volano per una riforma nel settore delle pari opportunità offrendo un primo e netto segnale di civiltà anche in ambito europeo.[banner]

 

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